AMBIENTE
"Spremere" l'aria per ottenere acqua, anche nel deserto

Successo di una nuova sperimentazione sul campo di un dispositivo per condensare l'umidità ambientale utilizzando come fonte di energia solo la luce solare: ha funzionato anche nel deserto dell'Arizona. E grazie a un aggiornamento tecnologico che prevede l'uso di un materiale economico come l'alluminio, potrebbe presto essere in commercio (red)

Vedi l'articolo da "lescienze.it" del 13 luglio 2018

Il futuro ecologico della teologia cristiana

Lectio magistralis di Jürgen Moltmann, tenuta a Piacenza Teologia.
"Abbiamo bisogno di comprendere in modo nuovo la natura e di una nuova immagine di uomo, e perciò di una nuova esperienza di Dio nella nostra cultura. Una nuova teologia ecologica ci può in questo aiutare. Perché proprio la teologia? Perché il rapporto con la natura e l’immagine di uomo dell’età moderna sono stati determinati dalla teologia moderna: è stato il dominio del mondo da parte dell’uomo ad immagine e somiglianza di Dio; è stata la comprensione di Dio senza il mondo e la concezione del mondo senza Dio; ed è stato il concetto meccanicistico della terra e di tutti gli abitanti non umani della terra, che bisognava far diventare sudditi".
- Vedi in "Queriniana" blog, 21.05.2012
AMBIENTE/Papa Benedetto XVI e la natura: tornare a credere nell’uomo per salvare il creato

Articolo di Mario Gargantini, dal sito http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=56322
Giovedì 17 dicembre 2009


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ALTRI ARTICOLI E DOCUMENTI


L'ambiente nella teoria di Maltus e Ricardo   - (doc)

L'allarmante impatto ambientale del perverso allarmismo ecologico - (da "Il Foglio" - 28.07.07)

Siviglia: centrale solare - (articolo da sito web)

Mezze stagioni, intere bugie - (Mario Miasi), in "Uomo & ambiente - Eco.ottimismo"  -  (web)


L’allarmante impatto ambientale del perverso allarmismo ecologico. Il caso di Napoli

Da “Il Foglio” di sabato 28 luglio 2007

L’ecologia cattiva scaccia la buona economia. Raramente gli allarmi verdi passano come tempeste estive: più spesso, fondati o no che siano, hanno delle ricadute importanti. Soprattutto politiche: il Parlamento legifera cercando di ottenere l’approvazione dei guru ambientalisti. Questi provvedimenti restano, si sedimentano, imprimono una direzione alle scelte economiche e spesso impongono un costo alla società.

Una recente indagine di Angela Logomasini per il Competitive Enterprise Institute ha rilevato che, tra il 1973 e il 2004, l’86 per cento delle leggi ambientali approvate dal Congresso hanno avuto un impatto significativo, il 10 per cento, il 3 per cento di vasta portata: solo l’1 per cento avevano significato simbolico.

Uno studio Unice/Federchimica ha fotografato l’escalation dei provvedimenti ambientali nell’Unione europea: tra il 2000 e il luglio 2003 ne sono stati adottati tanti quanti nei dieci anni precedenti. A che pro?

Esemplare il caso dell’elettrosmog (un al lupo al lupo tutto italiano): per gli scienziati non esiste, ma fornisce un pretesto per pagare persone il cui mestiere è misurare i campi elettromagnetici. L’interramento dei cavi – invocato dai guerriglieri anti-inquinamento elettromagnetico – costerebbe, secondo stime di alcuni anni fa, oltre 25 miliardi di euro.

L’esempio più drammatico degli effetti perversi della regolamentazione ambientale è il bando del Ddt, il miglior nsetticida contro la zanzara anofele, portatrice della malaria. Il suo abbandono da parte di molti paesi africani a causa delle pressioni occidentali è una delle cause del violento ritorno della malaria: secondo John Luke Gallup e Jeffrey Sachs, se questa malattia fosse stata debellata nel 1965 il pil africano sarebbe oggi più alto del 40 per cento. La lotta al Ddt fa parte della crociata contro le sostanze chimiche. La direttiva europea Reach, che richiede la registrazione, valutazione e autorizzazione di tutte le sostanze chimiche (comprese quelle che sono in commercio da decenni), potrebbe costare (secondo il Mercatus Center della George Mason University) tra 85 e 250 mila europer ciascuna sostanza, col rischio di mettere fuori mercato molte piccole e medie industrie chimiche.

Anche la chimica in agricoltura catalizza gli odi verdi. Senza l’uso di fertilizzanti e antiparassitari, però, a parità di produzione bisognerebbe coltivare molta più terra. Il tossicologo Bruce Ames mette in guardia: poiché frutta e verdura sono un valido aiuto contro il cancro, “se diventano più care per colpa del minore uso dei pesticidi sintetici, il loro consumo può scendere e il cancro aumenterà”. Recentemente la Corte europea di prima istanza ha ritirato l’autorizzazione al paraquat, un erbicida utilizzato nella coltura dell’olivo in Italia e Spagna, sebbene tale sostanza sia utilizzata da 40 anni e non vi sia evidenza di danni ai consumatori o ai lavoratori. In generale, i rischi vanno messi nella giusta prospettiva: “il consumo medio di caffè – scrive Bjørn Lomborg – risulta 50 volte più rischioso della dose di Ddt cui eravamo esposti prima del bando, e oltre 1200 volte più pericoloso di quella cui siamo esposti oggi, senza scordare che rappresenta un rischio 66 volte maggiore dell’etilentiourea, il più pericoloso pesticida oggi in circolazione” (non è un invito a bandire il caffè, beninteso).

“Qualche volta – dice Gianni Fochi, chimico alla Normale di Pisa – gli allarmi sono fondati: a Marghera, per esempio, forse sarebbe stato opportuno prestarvi maggiore attenzione. Ma spesso si tratta di esagerazioni o invenzioni”. Senza allontanarsi da Marghera, dunque, un conto è denunciare i rischi delle vecchie pratiche utilizzate per produrre il Pvc: altra cosa è prendersela col Pvc in quanto tale. “Il Pvc – aggiunge Fochi – è il grande Satana dei talebani ambientalisti, pur essendo utile, economico, e generalmente privo di rischi”. Uno dei problemi del Pvc, secondo gli ecologisti, è la produzione di diossina negli inceneritori. Ma davvero la diossina è una  minaccia?
La diossina è ovunque: deriva dalla combustione del cloro e tra le sue fonti vi sono anche incendi boschivi ed eruzioni vulcaniche. Gli studi epidemiologici mostrano che può essere nociva solo ad altissime concentrazioni.
I moderni termovalorizzatori ne prevengono la dispersione nell’ambiente. Possono anche contribuire a risolvere il problema dei rifiuti. Anche la guerra agli inceneritori è un prodotto del peggiore ambientalismo. I risultati? Leggere, su qualunque quotidiano, un articolo a caso siglato Napoli.

 

Carlo Stagnaro

 



E' partito il primo dei nove impianti che entro il 2013 soddisferanno il fabbisogno
elettrico di 600 mila abitanti

Siviglia, l'ecocittà accesa dal sole
Al via la centrale che non inquina

Operativo il più grande progetto solare-termico d'Europa.
Evitata l'emissione annua di 600 mila tonnellate di anidride carbonica

SIVIGLIA - Sembra una vecchia copertina dei tempi gloriosi di "Urania", quando Karel Thole immaginava fantascientifiche porte per l'iperspazio. Oppure, a suggerire una simbologia più potente, il frontespizio di un opuscolo di qualche setta religiosa. Snella sui due suoi sottili pilastri, la torre si alza per più di 100 metri, quanto un grattacielo di 40 piani, sopra i filari di cotone, le siepi di fichi d'India, i radi olivi della campagna andalusa. La sommità è avvolta in una nuvola di luce quasi incandescente, dietro la quale si distingue un'apertura, quasi un balcone, un palco, dove la luminosità diventa, anche con gli occhiali scuri, insopportabile. Ma, se uno si sforza di guardar bene, riesce a distinguere i fasci di luce che, dal balcone, sembrano irradiarsi verso il grande, silenzioso anfiteatro di rettangoli di vetro e acciaio ai piedi della torre.

Naturalmente, è vero il contrario e sono i raggi del sole, riflessi dagli oltre 600 pannelli a specchio - ognuno di 120 metri quadri di superficie - che trasformano la torre in un accecante monumento di luce. L'impianto in funzione da un mese a Sanlùcar la Mayor, alle porte di Siviglia, è il primo pezzo del più grande progetto di energia solare d'Europa. Già oggi, la torre che sarebbe piaciuta a Karel Thole fornisce elettricità sufficiente per 6 mila case. Dopodomani, fra soli sei anni, nel 2013, quando saranno completati gli altri otto impianti previsti, la centrale di Sanlùcar sarà in grado di accendere i frigoriferi e i condizionatori di tutte le 180 mila case e i 600 mila abitanti di Siviglia. Senza un alito di anidride carbonica e di effetto serra.

La tecnologia in azione nella campagna a ovest della capitale andalusa non è nuova. Anzi, è vecchissima. Ad utilizzare la potenza del sole, concentrata dagli specchi, ci aveva già pensato, sia pure per incenerire navi, Archimede. E' anche piuttosto semplice. Dietro l'apertura in cima alla torre, c'è una caldaia, dove l'acqua, scaldata di raggi concentrati del sole, si trasforma in vapore. E, come nella maggior parte delle centrali elettriche - termosolari, nucleari, a gas o a carbone - il vapore aziona una turbina, che genera elettricità. Ma quello che rende inedito Sanlùcar è che, per la prima volta, la tecnologia a torre del solare termico viene sfruttata in forma non sperimentale, ma commerciale. Si traduce, cioè, alla fine, in bollette nelle cassette della posta delle famiglie.

Molto bello, in un mondo in crisi di energia, ma quanto costa? Il solare termico è una tecnologia relativamente semplice, ma questo non significa non sia cara. A costruire la centrale è Abengoa, un altro dei grandi dell'edilizia spagnola che, come l'Acciona partner di Enel in Endesa, ha saputo diversificarsi nel campo dell'energia, in particolare alternativa, diventando uno dei grandi mondiali del settore e ponendo la Spagna ai primi posti nelle classifiche delle nuove tecnologie ecologiche. Abengoa, con l'aiuto di generosi sussidi pubblici e statali, investirà a Sanlùcar 1,2 miliardi di euro. Una cifra cospicua, in relazione al volume finale di produzione, per impianti con una vita media di 25 anni, contro i 40 anni di una centrale tradizionale. Per dirla in altro modo, produrre la stessa quantità di energia con il gas, ad esempio, sarebbe costato (oggi) meno.

Gli uomini di Abengoa non dicono quanto costa il chilowattora di Sanlùcar. Gli esperti del dipartimento dell'Energia americano calcolano, però, che il chilowattora tradizionale (cioè generato da combustibili fossili) costi, per lo più, meno di 10 centesimi di dollaro. Mentre quello del solare termico - la tecnologia dell'impianto in funzione a Sanlùcar - sta, secondo la Schott, un'azienda tedesca che produce impianti solari, fra i 15 e i 17 centesimi di dollaro. Questa cifra può essere, però, abbassata, oltre che con innovazioni tecnologiche, anche con economie di scala. Ecco perché è importante che Sanlùcar sia grande.

Abengoa ha già cominciato già a costruire un altro impianto a torre, di potenza doppia rispetto agli 11 megawatt di quello già in funzione, giusto di fianco. Ha realizzato, subito dietro, una centrale fotovoltaica. Metterà in funzione altre piattaforme, in cui gli specchi sono posti a cilindro intorno alla caldaia, dove si riscalda l'acqua. Nove impianti, quasi un campionario delle varie tecnologie solari, che faranno davvero assomigliare la piana di Sanlùcar ad un astroporto delle copertine di Urania. Ciò che conta è che il risultato finale sarà una potenza complessiva di 300 megawatt. E' una potenza ragguardevole, metà della grande centrale a carbone Enel di Civitavecchia. Ma non è una cifra a caso: è la potenza che esperti americani, come Fred Morse, giudicano necessaria ad avviare economie di scala, nell'immagazzinamento e nel trasporto dell'elettricità, sufficienti a spingere il costo di produzione verso i 13 centesimi di dollaro a chilowattora e anche più vicino alla magica soglia competitiva dei 10 centesimi.

In realtà, questi conti potrebbero presto rivelarsi obsoleti. L'asso nella manica di Sanlùcar è che, a regime, la sua produzione consentirà di evitare l'emissione di 600 mila tonnellate l'anno di anidride carbonica, quanti ne sputerebbe un impianto equivalente a gas. Con le regole di Kyoto contro l'effetto serra e la possibilità di vendere sul mercato i propri risparmi di anidride carbonica, quelle tonnellate in meno possono diventare denaro sonante. Oggi, sul mercato, il diritto ad emettere una tonnellata di anidride carbonica nel dicembre 2008 vale circa 20 euro. A questi prezzi, le 600 mila tonnellate di Sanlùcar varrebbero 12 milioni di euro l'anno. Nei 25 anni di vita dell'impianto, un quarto dell'investimento iniziale. Quando questi conti saranno entrati nei bilanci delle aziende, quella di Abengoa apparirà meno una scommessa. Ma la surreale torre di Sanlùcar non sarà ugualmente la ricetta-miracolo della nuova energia, capace di risolvere tutti i problemi. Le principali fonti alternative, come sole e vento, rispondono bene, infatti, come dicono i tecnici, a necessità di picco. Ovvero, non sono in grado di fornire energia 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana. Quando c'è poco sole o poco vento, si produce anche poca elettricità. Ne serve altra, sottomano, per colmare il buco. La notte, a Siviglia, Sanlùcar non serve. I tecnici di Abengoa, per adesso, sono in grado di immagazzinare vapore e far girare la turbina per un'ora dopo il tramonto. Poi basta. Nel paese delle estati a 45 gradi e dei condizionatori a mille, comunque, è già molto.